Narratore- GB SCIRÈ DIARIO IN  PUBBLICO

GB SCIRÈ
DIARIO IN  PUBBLICO

Il narratore

Romanzo giallo
Titolo: Il virus della paura
Santelli Editore, 2020


Recensione/intervista:
"La Sicilia", 9 maggio 2020
Luogo: Roma, Italia
Anno: inizio 2020

Personaggi
Paolo Pulsante (ex storico)
Lorenzo Tasto (giornalista)
Roberto Bottone (socio studio legale)
Ilaria Leva (bibliotecaria)
Francis  Bacon (virologo)
Tania Interruttore (infermiera)
Celeste (ragazza della lettera)

 
Anteprima: Capitolo 1


* * *
Squilla il telefono cellulare.

«Pronto… scusi per l’ora… parlo con il dottor Paolo Pulsante?».

«Sì, sono io».

Apro la porta di casa e mi lascio cadere sfinito sul divano. Sono stati giorni orribili, per tutti.

«Qui è l’Unità Operativa complessa dell’Istituto di Malattie infettive».

Una pausa molto lunga. Trattengo il fiato.

«Lei è risultato positivo al tampone».

«Capisco...».

«Allora non c’è bisogno che le dica altro. Immagino che lei sappia già ciò che deve fare». 

Il medico riattacca bruscamente la cornetta. Ho le tempie imperlate di sudore. Avverto la stessa sensazione di qualche giorno prima, quando avevo digitato il numero telefonico dell'ospedale. Mai come in quel frangente un’azione apparentemente semplicissima mi era costata così tanta apprensione. Era stato snervante decidere di chiamare l’ospedale, dopo quello che si era sentito in giro: «State attenti agli untori». Ma ora, dopo quella telefonata che aveva confermato i miei timori, l'inquietudine è aumentata, mi si è condensata sul petto e mi affatica il respiro.

Non sono nulla. Solo un’anima racchiusa nella sagoma di un corpo seduto. Sta piovendo e la vita della città si è completamente fermata. Me ne accorgo solamente ora in questo preciso momento. Tutto quello che credevo d’essere è praticamente ridotto a nulla. Non ha più alcun significato. Quel virus letale frantuma e distrugge ogni mia certezza, rendendomi impotente. Rivoluziona pensieri, idee e azioni, un tempo radicate in me. No, non lo sono più. Da questo momento tutto è destinato a cambiare. L'eco dei miei gesti e della mia esistenza sembra, improvvisamente, come sospeso per aria.

Mi alzo dal divano perché mi sento soffocare, invaso dal panico. Apro allora la porta finestra ed esco sul balcone, respirando l'aria fredda che odora di pino. E così, lentamente, la paura – per un momento - se ne va. Avverto adesso quasi un senso di distacco da tutto il resto, una tristezza serena, aprendomi tutto al mio destino. Poi ritorno a sdraiarmi sul divano. E penso.

Appena qualche giorno prima ero stato nei locali dell’azienda, per l’ultima volta, prima che chiudesse. Roberto stava come al solito seduto dietro la massiccia scrivania del suo studio, con addosso un cappotto pesante. I termosifoni erano spenti nonostante facesse freddo ed era inverno inoltrato. Gli sedevo di fronte, sulla sedia girevole riservata ai clienti. La luce accesa dello studio faceva da contraltare, al buio, all’inattività più assoluta ch’era diventata, nel giro di pochi giorni, l’azienda, la città, il paese intero. Tutto per colpa di quello stramaledetto virus.

«Ebbene... eccoci alla fine di tutto…» aveva sospirato.

Sulla scrivania giaceva una pratica inevasa. L’ultima. 

Aspettavo che la smettesse di piovere, ma più che altro stavo soltanto cercando di fare un po’ di chiarezza dentro di me. Mi ero da poco lasciato con la mia ragazza, e non credo fosse stato un caso, proprio in quel frangente. «Non tutto il male viene per nuocere» avrei detto, prima di quello stramaledetto virus.

Roberto continuava a lisciarsi la barba, come se anche lui stesse riflettendo. In realtà pareva non pensare affatto ed i suoi occhi vagavano senza meta, nel vuoto della stanza. Accanto alla scrivania dove eravamo seduti c’era, appoggiata su un ripiano, una stampante di ultima generazione, con la spia rossa che lampeggiava. E pareva già dire tutto sulla situazione di emergenza dell’intero paese. 

Alle spalle di Roberto, la parete era coperta da scaffalature piene di manuali e cartelle d’ogni genere. Contenevano tutte le pratiche degli ultimi anni. Nonostante fossimo nell’era digitale, Roberto era assolutamente geloso di quelle cartelle sugli scaffali, quelle che lui chiamava strumenti di lavoro. Per lui erano insostituibili perché le cose le voleva vedere scritte, messe nero su bianco, stampate. Tutta la mole di informazioni che vagava in rete, sugli smartphone, sui tablet, su qualsiasi altro genere di strumento tecnologico, per lui aveva solamente un valore relativo. Di quelle scartoffie non si sarebbe mai liberato, per nessuna ragione al mondo. Rappresentavano una biblioteca, una miniera preziosa di informazioni. In ogni cartella una pratica. In ogni pratica un’azione. In ogni azione una persona. Era il suo mondo. Un mondo che - mai avrebbe potuto immaginarlo appena qualche giorno prima - era finito per sempre.

«Che cosa ne farai di questa roba?» gli chiesi indicando gli scaffali dietro di lui.

«Nulla. Li lascerò qui…» disse.

Volse ancora gli occhi nel vuoto della stanza. L’uscio della porta dello studio era aperto. Si scorgevano nell’atrio un tavolino basso con delle riviste e dei giornali sparsi. Era in quella stanza che i clienti aspettavano, facevano anticamera, prima di parlarci delle loro storie. Un tappeto copriva un tratto del pavimento dove era poggiato il tavolino. Alla parete opposta, nell’atrio, era appeso da ormai più di cinque anni un quadro. In realtà non era un quadro vero e proprio. Era la locandina in formato integrale di un film, come quelle che si usavano nei cinema di una volta. Il titolo della locandina: “Contagious”. Era stato più che un presagio quello.

«Non dimenticherò mai certe cose…».

«Sì, capisco a cosa ti riferisci… - chiosai - Anch’io non le dimenticherò mai. Come quella volta su un ponte, di notte, con un tizio che non conoscevi, a cui cercavi di strappare notizie che ti aiutassero a capire chi fossi veramente, e il rumore del metrò che ti impediva di udire quel che diceva… fu una delle prime cose che mi raccontasti quando ci conoscemmo… neppure fossi un agente della Cia in incognito» risi.

«Già».

«A cosa pensi?» gli chiesi.

«A niente… penso solo sia un vero peccato chiuderla qui… e non per colpa nostra» rispose, offrendomi il pacchetto di Camel.

«Perché continuare a tenere aperta l’azienda senza lavorare. Non credi sia peggio?» azzardai, mentre accendevo la sigaretta.

«No. Non lo credo affatto. Mi sembrerà tutto meno triste se qui rimarrà com’era. E poi chissà, magari un giorno riapriremo…».

Erano più di dieci anni che lavoravamo insieme in quello studio legale che, con il tempo, era diventato una rete di uffici, una vera e propria azienda, con interessi anche fuori d’Italia, negli Stati Uniti. L’aveva fondata lui e ci erano passati in diversi colleghi a lavorare, prima di me. Ma da quando eravamo entrati in società io e lui, l’affare si era ingrandito ed era nato un sodalizio che andava ben oltre l’attività di lavoro. Eravamo diventati amici. Condividevamo, fianco a fianco, le giornate. Sabato e domenica non esistevano per noi.

«Tornerai al tuo paese?» gli chiesi.

«Sì certo, non c’è altro da fare in questo momento. Il mio treno parte fra poco meno di un’ora. Facciamo giusto in tempo a bere qualcosa…».

Mi precedette nel corridoio che dava nell’atrio, mentre io spensi la luce dello studio. Tac… tac… tac. Tre volte, con un colpo secco, accesi e spensi, poi uscii. Giunti sul pianerottolo delle scale, Roberto esitò un istante, come se improvvisamente tutti i pensieri che non aveva avuto prima gli si fossero materializzati nella mente proprio nell’attimo stesso in cui lasciava, una volta per sempre, quell’edificio ch’era stato la sua vita, e finiva un'epoca anche per lui. Appena un attimo dopo quel momento di esitazione riprendemmo a camminare e così si lasciò tutto alle spalle. Per sempre.

Seguimmo a piedi, uno al fianco dell’altro, via Nazionale fino a piazza della Repubblica, per poi fare quella sorta di grande rotatoria, fiancheggiata dalle bancarelle dei libri antichi, che immetteva nell’enorme spiazzo della stazione Termini. Con i suoi bus che, la sera tardi, sembravano tanti bisonti elettrici dormienti in fila uno accanto all’altro. Ci fermammo fuori ad un tavolino del caffè della stazione. A Roberto quel caffè era sempre particolarmente piaciuto, perché aveva un che di retrò, come in fondo era la sua stessa personalità. 

«E tu cosa hai intenzione di fare d’ora in poi?» mi chiese dopo aver iniziato a sorseggiare il caffè che il cameriere ci aveva appena servito.

«Io? Nulla, partirò come tutti, almeno credo…» gli risposi senza troppa convinzione.

Il mio senso di smarrimento, per un attimo, lo aveva commosso. Me ne accorsi dal tono che prese, improvvisamente, la sua voce. Non lo avevo mai visto preoccupato, da quando lo conoscevo. Ma in quel momento lasciò trapelare il suo vero stato d’animo.

«Ti lascio la chiave dell’azienda. Così se ti capitasse di tornare qui potrai fare un salto allo studio, dare un’occhiata ai locali, vedere cosa succede…» disse porgendomi il mazzo di chiavi che io feci scivolare nella tasca dei pantaloni.

«E telefonami ogni tanto, sarei felice di sapere del tuo destino…».

Ciò detto si alzò e mi strinse la mano, come fossimo quasi due estranei. Era il suo modo di fare, non poteva essere altrimenti. La sua formalità, la sua riservatezza sfioravano il distacco. Eppure capace di slanci d’altruismo infiniti, non tanto nei modi, quanto nella sostanza. 

«Vuoi che ti accompagni al binario?».

«No, no… - corrugò le ciglia - Rimani pure qui, io vado…».

E in un sol passo fu fuori dalla mia portata. Lo vidi attraversare rapidamente lo spiazzo dei bus, fino ad entrare oltre la vetrata della stazione, che gli si chiuse alle spalle. Roberto aveva significato molto, durante quegli anni, nella mia vita. Un lavoro vero, un’amicizia, una spalla su cui appoggiarmi. Chissà cosa sarebbe stato di lui, e cosa sarebbe stato di me, di noi tutti, da quel momento in poi. 

* * *

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