Associazione Trasparenza e Merito Universita che vogliamo di Giambattista Scire- GB SCIRÈ DIARIO IN  PUBBLICO

GB SCIRÈ
DIARIO IN  PUBBLICO

Associazione

Fonda e guida l'Associazione: per un'azione corale contro le ingiustizie all'Università

Per un bel pezzo sarà difficile dire se qualcuno abbia vinto in questa specie di guerra. Chi?
Il singolo candidato - l’individuo che riesce a spuntarla grazie al Tar, al Consiglio di Stato, dopo anni di isolamento, sacrifici, spese processuali?
No, non credo.Non ne sarei così certo.
Di sicuro vi è chi ha già perduto. Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto?
E cosa è accaduto?

Chi ha perduto, dunque, in questa specie di guerra?
Perché di sconfitta, indubbiamente, si tratta. Mi riferisco alla credibilità di un intero sistema universitario.

Sia bene inteso. Ricorrere ad un giudice esterno all’ambiente universitario, quale può essere una sessione di tribunale di giustizia amministrativa piuttosto che una commissione giudicatrice, non è assolutamente una scelta facile per chi si ritiene ancora parte di una comunità accademica, scientifica, quella buona, quella onestà, quella che non cambia le carte in tavola quando si tratta di regole, criteri di valutazione, punteggi.

Normalmente, infatti, se tutto funzionasse secondo certe precise regole, se non si travalicassero i paletti dei bandi di concorso, la commissione giudicatrice, come è giusto che sia, può anzi deve esprimere un giudizio tecnico, secondo la propria discrezionalità. Ma quando questo giudizio si rivela illogico, irragionevole, irrazionale, fondamentalmente errato e irregolare – come lo hanno definito, in più di una occasione, i giudici – allora quella che teoricamente dovrebbe essere la indipendenza e l’autonomia della commissione non può che essere messa nettamente in discussione.
Si aggiunga: per il bene stesso del sistema universitario e, appunto, della sua autorevolezza e credibilità.

Qualcuno dirà, come sono abituati a dire gli accademici e i docenti universitari, che si tratta di un caso, di poche mele marce, di qualche episodio isolato, mele marce insomma, in un sistema fondamentalmente sano, pulito.

Lo avrei pensato - forse - fino a qualche tempo fa. Adesso non più.

Nel 2015 fa chiudevo il mio "articolo" sugli "Stati Generali" con un appello, anzi, con una specie di speranza: mi auguravo di non essere più solo a lottare per una maggiore legalità e trasparenza nei concorsi universitari e nel reclutamento.

Ebbene, quasi per caso, inizialmente senza un progetto o un obiettivo vero in comune - che non fosse una identica voglia e desiderio, quasi una metaforica sete di giustizia, di verità - ho incontrato sul mio cammino alcuni sparuti “compagni di strada”.
Amici che si sono fatti sempre di più, che mi hanno contattato e poi ci hanno contattato, uno dopo l’altro, fino a diventare un bel gruppo.
Un, due, tre, otto, trenta, cento, cinquecento. 
E poi chissà anche mille, forse.

Hanno subito le stesse ingiustizie, hanno visto perpetrare le stesse incredibili irregolarità. Provengono da settori scientifico-disciplinati dei più diversi, disparati, lontani dal mio ambito. Sono collocati, in pianta più o meno stabile, in atenei anch’essi molto diversi, dal Nord al Sud. Dimostrano, plasticamente, la ramificazione e la pervasività del fenomeno di irregolarità e di assoluta non limpidità e trasparenza delle procedure selettive nell’Università italiana. Nonostante tutto e tutti, si potrebbe dire.

Ho conosciuto e incontrato alcuni di loro: Agnese, Alice, Giulia, Cecilia, Anna Maria, Giuliano, Pierpaolo, Antonella, Adamo Domenico, Nuccio, Paolo, Filippo, Riccardo, Antonio, Saverio, Oreste, Margherita e tanti  altri, casualmente, dopo aver fatto un primo appello insieme a Nicola Morra, sulla scalinata sotto una chiesa barocca di Noto, e poi un secondo, davanti all’ex carcere di Modica Alta, in cui mi rivolgevo a chiunque avesse vissuto situazioni di irregolarità nei concorsi, invitandolo a denunciare i fatti e a contattarmi. “Romperemo i cabbasisi a Viale Trastevere” - aveva detto l’attuale presidente della commissione Antimafia, peccato che a rompere le scatole e a incalzare il ministero e la politica, dopo che il M5S è stato al governo in questi ultimi due anni, siamo rimasti solo noi. Noi Chi?

Noi, quelli di Trasparenza e Merito. L’Università che vogliamo.
Così si chiama l’Associazione che è nata casualmente dal nulla, da un incontro tra ricercatori coraggiosi che avevano, individualmente, denunciato le loro storie. Ci siamo visti a Roma, organizzandoci alla svelta, in uno studio legale, proprio in Trastevere, ironia della sorte davanti al Ministero, lo stesso giorno in cui si tenevano gli “stati generali della ricerca e dell'università” alla presenza dell’ex ministra Fedeli, dell’ex Premier, e di tanti altri membri del gotha universitario accademico, compreso l’allora presidente della Crui Manfredi, ora divenuto Ministro dell’Università.
Ma l’interesse dei media era quel giorno - incredibilmente - tutto per noi, seguiti con attenzione dalle telecamere di “la Repubblica Tv” e dai giornalisti del “fatto quotidiano” e le telecamere di "Loft".

È nata così la nostra associazione, il nostro gruppo. Si chiama “Tra-Me”, un acronimo volutamente ironico, che vuole costruire, appunto, “l'Università che vogliamo”, ribaltando proprio il titolo di quell’articolo pubblicato gli Stati Generali nel lontano 2015.

Ci facciamo forza a vicenda, nelle nostre rispettive e difficili battaglie contro le commissioni che hanno commesso abusi e irregolarità, ma anche contro gli atenei che le hanno prima avallate e poi sostenute , con un disdicevole e insormontabile muro di gomma protrattosi negli anni.
Ma, soprattutto, mettiamo a disposizione di chiunque creda in una Università migliore, uno strumento di appoggio, di confronto, di analisi, di consulenza, nel tortuoso percorso di accesso agli atti, ricorso, ed eventualmente anche di esposto-denuncia (come potete vedere meglio, in dettaglio, sul sito dell'Associazione). 

Spero, davvero, che tutto questo possa servire non solo  a me, a noi ma anche ad altri. Che invogli e spinga a denunciare gli abusi per scardinare questo sistema di corruzione molto diffusa negli atenei.
E che non sia - invece - come mi ha confessato all'epoca una autorevolissima e stimata docente, nonché importante intellettuale dei nostri giorni, e ciò che questa battaglia di sensibilizzazione dell'opinione pubblica non serva poi a molto perché il nostro è un Paese – e la sua Università non lo è da meno – troppo "corrotto nell’anima". Così mi ha detto.
Ma poi ha aggiunto che - fuori dalla disillusione - anche quel poco che si fa in opposizione a quel "sistema di potere", in fin dei conti, può servire a tanto.
Speriamo proprio di sì. Speriamo che sia così.
 Io, almeno, ancora credo che qualcosa di buono la si possa, in concreto, fare. Non a parole ma con i fatti,
come ha dimostrato in questi difficili anni, ognuno di noi.  Cioè a dire con i ricorsi, con le denunce e le sentenze, con gli atti di presa di posizione pubblica .
Affinché l’Università italiana possa tornare ad essere guidata e composta solo da chi le regole le rispetta e le fa rispettare. E possa così tornare ad essere quel fiore all’occhiello, quel vanto, agli occhi dell’intera umanità, che è sempre stata fin dai tempi in cui, proprio in Italia, ha avuto origine.

Inizialmente eravamo totalmente da soli, ognuno con sé stesso, dentro la sua incredibile vicenda.
Poi, quando è nata l'associazione il 10 novembre 2017, eravamo in pochi, per l'esattezza in 11. E già ci sentivamo meno soli.
Alcuni dei nostri casi eclatanti sono andati sui giornali e in tv, sono stati fatti appelli alle istituzioni affinché fossero censurate, quanto meno sul piano dell'etica pubblica, comportamenti palesemente irregolari nell'ambito dello svolgimento di alcuni concorsi universitari.
Dopo i primi tre mesi dalla nascita, per fare il punto della situazione - una situazione che ci era piovuta addosso senza che avessimo organizzato e pensato a nulla di strutturat -  il 24 febbraio, abbiamo organizzato il primo convegno degli iscritti, intitolato "Raccontateci la vostra storia". Non ci crederete, ma da  undici eravamo già diventati ben 130, tra docenti ordinari, associati, ricercatori strutturati e non, giovani studiosi precari, provenienti da quasi tutti gli atenei italiani e da tantissimi e diversi settori scientifico-disciplinari. Insieme a un pool di giovani avvocati e giuristi che seguono sempre nuovi casi. 

Durante il corso del convegno abbiamo ascoltato tante testimonianze, sempre più diffuse, di irregolarità a vario livello - sui concorsi locali negli atenei, sulla procedura di Abilitazione scientifica nazionale - denunciati con ricorsi alla giustizia amministrativa ed esposti in tribunale.
Le storie di ricercatori andati via, fuggiti dall’Italia perché qui all’università, contando e puntando solamente sui propri mezzi, sulle proprie competenze, sui propri titoli e le pubblicazioni, non avevano avuto spazio.
Avevo preparato per l'occasione un intervento da fare, ma visto che il mio caso era ormai fin troppo noto, ho preferito dare spazio agli altri, ai nuovi arrivati. E' in questo gesto, credo, lo spirito stesso dell'associazione: solo dall'unione delle energie, dalla coralità di azione, e mai dalla singola individualità dei casi, può scaturire quella forza dirompente per mettere in discussione l'attuale sistema di reclutamento.

Al convegno abbiamo sentito raccontate storie di isolamento, ritorsioni, mobbing.
Molte e variegate sono state le tipologie di abusi e irregolarità portate all'attenzione dell'associazione: 1) il cosiddetto bando "sartoriale" o "fotografia" costruito ad hoc dalla commissione per il vincitore predestinato si ripropone nel 75% circa dei casi segnalati; 2) il "conflitto di interessi" tra candidato e commissari (dovuto, ad esempio, a pubblicazioni in comune valutate o sopravvalutate) è presente nel 45% circa dei casi; 3) la commissione (anche più di una) che riconferma i punteggi irregolari e non tiene conto delle sentenze dei giudici che in precedenza hanno accolto ricorsi, avviene in circa il 35% dei casi; 4) le denuncia penale, a seguito di procedimenti amministrativi già attivati, è presente nel 25% dei casi; 5) l'autocertificazione falsa da parte di candidati (sia per concorsi locali, sia per Asn "pilotata') presa per buona dalla commissione, avviene in circa il 20% dei casi segnalati; 6) l'esclusione arbitraria da bandi di concorso avviene per circa il 15% dei casi.

L'associazione ha iniziato e proseguirà, sempre con maggiore forza e decisione, ad intervenire ad adiuvandum nei processi amministrativi pendenti dei casi più eclatanti dei suoi iscritti, a pubblicare ex post sul sito casi di bandi sartoriali (vietati dalla legge) e a segnalare, costringendo a fare lo stesso, nei siti istituzionali degli atenei, tutte le deliberazioni dei consigli dei dipartimenti, agendo con segnalazioni alle Procure, a costituirsi parte civile nei processi dei suoi tanti iscritti contro le commissioni e gli atenei che hanno abusato ai concorsi.

Dopo 2 anni e mezzo di vita, Tra-Me, sul piano numerico, ha avuto una grande crescita, sia in termini di iscritti, sia in termini di segnalazioni e ricorsi. Oggi ne fanno parte ben 520 studiosi provenienti da quasi tutti i settori scientifico disciplinari degli atenei italiani. Si tratta di studiosi compresi tra i 20 e i 75 anni, al 58% di sesso maschile e al 42% di sesso femminile, di cui circa un centinaio tra professori ordinari e associati, e il resto ricercatori di varia tipologia, sparsi nei diversi atenei italiani (26% a Nord, 30% al Centro, 24% al Sud e isole, 20% all'estero). Le segnalazioni certificate sono state 425 delle quali il 65% si sono trasformate in ricorsi amministrativi o denunce penali. I ricorsi amministrativi in ambito universitario sono aumentati del 40% nel corso degli ultimi anni anche a seguito dell’attività dell’associazione. La maggiore tipologia di reati e irregolarità commesse è quella del bando sartoriale, cioè con un profilo specifico che permette alle commissioni di costruire dei criteri di valutazione tali da far vincere il candidato predeterminato. Uno degli elementi più diffusi ai concorsi è il conflitto di interessi tra valutatori e valutati, cioè a dire collaborazioni e pubblicazioni in comune. L’altro aspetto che contraddistingue è la non esecuzione corretta delle sentenze della magistratura: vale per commissioni di concorso che dopo le sentenze continuano a far vincere i candidati raccomandati predestinati, vale per dipartimenti che annullano i concorsi qualora l’esito non sia quello predeterminato. 

La speranza è che la tensione morale e la richiesta di giustizia che proviene da questa parte del mondo universitario che ha avuto il coraggio di ribellarsi al sistema e di porre all’attenzione dell’opinione pubblica la questione del modo di gestire il reclutamento e quindi la formazione e la competenza della classe accademica che ha un impatto diretto nella vita di tutti coloro che mandano i propri figli all’università, abbia la meglio sulle pulsioni di irregolarità, favoritismi, abusi a scopi personali con risorse pubbliche, che si perpetrano nell'indifferenza e nel silenzio generale.

La speranza per il futuro dell’istituzione universitaria del nostro paese è che l’azione meritoria di questa Associazione sia fatta finalmente conoscere al grande pubblico in modo che attraverso una pressione dei media e dell’opinione pubblica si possa convincere la politica e le istituzione ad intervenire per dare risposte concrete.

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