divorzio

Divorzio breve: l'Italia dei diritti si avvicina all'Europa

divorzio-breve
Fonte: Internet

È ripreso l’iter per il “divorzio breve”. Monti, come fecero già Moro e Andreotti su divorzio e aborto, eviterà di prendere posizione, rendendo possibili maggioranze trasversali. La legge attuale infatti prevede 3 anni di separazione prima della possibilità di divorziare.
La storia delle modifiche non ha avuto vita facile. Nel 2003 la deputata Ds Montecchi firm
ò la prima proposta, prevedendo una riduzione dei tempi per le coppie senza figli e disposte a presentare una richiesta consensuale. Dopo l’accordo in commissione, tutto finì con un nulla di fatto: la Chiesa e i cattolici intransigenti, nonché gli avvocati, svolsero una efficace azione di contrasto e rimandarono la discussione. In aula fu approvato con voto segreto un emendamento di Lega e Udc che cancellava la sostanza di quel disegno di legge. Rutelli, un tempo sostenitore radicale della legge sul divorzio, dichiarò solennemente: «Nell’agenda delle priorità italiane il divorzio breve è al cinquecentesimo posto». Oggi il Pd vuole abbassare la soglia ad un anno, in tutti i casi. Il Pdl sarebbe d’accordo all’abbassamento ma solo in assenza di figli minorenni. I “guastafeste” i radicali vorrebbero il divorzio “lampo”, cioè senza attese. L’Udc appoggerebbe una riduzione dei tempi ma solo fino a 2 anni, mantenendoli a 3 in presenza di minori.
Il punto
è che il “limbo” che passa tra la separazione e il divorzio non serve da pausa di riflessione, come era nelle intenzioni del legislatore più di quarant’anni fa, ma diventa un periodo di alta conflittualità tra i coniugi, nonché di sofferenze per i figli. Molte coppie si rivolgono alla Sacra Rota, il tribunale ecclesiastico che permette di dichiarare “nullo” il matrimonio religioso, con un giro d’affari non indifferente e con cause fuori tariffa. Altre finiscono ad affittare appartamenti all’estero, per avere una residenza momentanea e ottenere così il divorzio (che lo Stato italiano si limita a trascrivere).
Ma in Italia siamo sempre stati un passo indietro. Mentre negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Francia, il divorzio esisteva da secoli, qui da noi, ancora negli anni Cinquanta, si inventava il “piccolo divorzio”: un disegno di legge che limitava la possibilit
à di divorzio a casi particolarmente drammatici, se uno dei coniugi fosse un serial killer, o un malato di mente, o semplicemente stesse in carcere da decenni per tentato omicidio o, al limite, dopo una separazione per più di quindici anni. Ovviamente non se ne fece nulla, e si dovette aspettare il 1970 con la legge Fortuna-Baslini e il referendum del 1974 per veder sancita una conquista civile che altrove era già data per acquisita.
Si potrebbe ricordare che in Inghilterra, alla met
à degli anni Sessanta, si ebbe una svolta nell’opinione pubblica, quando un autorevole commissione creata dall’arcivescovo di Canterbury sostenne, senza alcuno scandalo pubblico, la necessità di riformare radicalmente le leggi esistenti, introducendo il principio del fallimento o del disfacimento della comunione di vita familiare come unica causa del divorzio. In Italia sarebbero parsi dei marziani, e invece, secondo questa commissione, la società non aveva alcun interesse a far sopravvivere l’involucro giuridico del matrimonio, quando al suo interno questa comunione fosse venuta meno. Doveva, invece, fare tutto il possibile perché lo scioglimento di questo vincolo non comportasse alti costi umani, ma avvenisse con il minimo di sacrificio e di tempi. Appunto, di tempi.
In Svezia la richiesta di divorzio viene automaticamente e immediatamente accettata se a presentarla sono entrambi i coniugi; se uno dei due si oppone ci vogliono al massimo 6 mesi. Tempi minori rispetto a noi ci sono un po’ ovunque in Europa (tranne che in Irlanda, in Polonia e in qualche stato minore): da pochi mesi al massimo a 2 anni in Francia, in Svezia, in Olanda, in Inghilterra, in Germania. Il “divorzio espresso”
è stato introdotto, nel 2005, in Spagna, con la possibilità di divorziare unilateralmente, senza alcun motivo e in modo immediato. In Brasile, di recente, si può richiedere il divorzio dopo due anni di provata separazione coniugale, senza la necessità di dover passare dal tribunale, e con effetti immediati qualora i coniugi siano in accordo fra loro o non abbiano figli minorenni.
È avvenuta, negli ultimi decenni, una rivoluzione silenziosa nella vita di coppia degli italiani: il numero dei divorzi è cresciuto, quello dei matrimoni è diminuito, determinando grandi cambiamenti sociali: la diffusione delle convivenze prematrimoniali, la moltiplicazione di nuovi tipi di famiglie, nucleari incomplete e ricostituite. Questo processo ha messo in moto dinamiche di mobilità sociale un tempo impensabili, ma ha anche creato nuove povertà. Ci ha avvicinato, in ogni caso, a tutti gli altri paesi industrializzati occidentali.
Secondo i pi
ù recenti dati dell’Istat, nel 2009, le separazioni in Italia sono state 86mila e i divorzi 54mila. I due fenomeni sono in costante crescita: se nel 1995, ogni mille matrimoni si sono registrati 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2009 sono passati a 297 separazioni e 181 divorzi. Per dare l’idea dell’aumento, si pensi che, nel 1978 (a 8 anni dalla legge e a 4 dal referendum), i divorzi erano appena 12mila e le separazioni solo 34mila. Sempre nel 2009, inoltre, i matrimoni religiosi sono stati 145 mila, quelli civili 85 mila, cioè il 64% contro il 36%, per un totale di 230 mila. Si ricordi che nel 1972, cioè appena 2 anni dopo la legge, i matrimoni in totale erano 415 mila, di cui solo il 7,3% celebrati con rito civile.
L’et
à media degli italiani che arrivano alla separazione è di circa 45 anni per i mariti e 41 per le mogli; in caso di divorzio si passa, rispettivamente, a 47 e 43 anni. Qui le differenze con gli altri paesi si fanno considerevoli: già nel 1977, nei maggiori paesi del Nord-Europa e negli Stati Uniti, l’età media al divorzio era per gli uomini di 35-36 anni, per le donne di 32-33 anni, e nei decenni successivi le medie, in questi paesi, si sono ulteriormente abbassate. Le nostre trasformazioni del diritto di famiglia e delle leggi sul divorzio sono avvenute in un arco di tempo più breve, i cambiamenti maggiori da noi si sono concentrati in un ventennio a fronte di cambiamenti che negli altri paesi sono avvenuti in un secolo circa. Per questo da noi certi comportamenti hanno agito meno in profondità nella popolazione.
In Italia
è presente inoltre una peculiarità (comune solo a qualche paese dell’America Latina): esistono sia la separazione che il divorzio. Nel senso che prima ci si separa e poi si divorzia, mentre altrove o la separazione non esiste, come in Finlandia, in Svezia o in Austria, oppure, come accade in Francia, Germania e Spagna, la separazione esiste ma non costituisce condizione essenziale per chiedere il divorzio, per cui è sufficiente la separazione di fatto per un certo periodo di tempo. Questo ha, fondamentalmente, allungato i tempi.
Chi vuole il divorzio deve quindi attendere due sentenze dei tribunali. Per colpa dell’inefficienza dell’apparato della giustizia italiana (secondo un recente rapporto europeo, per le procedure di primo grado da noi occorrono 634 giorni, il doppio di Germania, Francia e anche Portogallo), in particolare nel Sud d’Italia, i tempi si allungano ulteriormente e le spese aumentano. Molti dei coniugi, infatti, si arrestano a questo punto. Chi va avanti, trascorso questo periodo, deve comunque ritornare dall’avvocato e andare ancora in tribunale. Di solito, stando agli studi dei sociologi, va avanti chi occupa una posizione pi
ù alta nella piramide sociale: quanto più è alto il titolo di studio o il ruolo sociale, con tutte le sue relazioni e i legami, tanto più breve il periodo che passa tra la richiesta e la sentenza di divorzio. Un altro luogo comune da sfatare è la tesi che il divorzio sia un fattore di ascesa sociale per le donne. Gli studi dimostrano che non è affatto così e che chi diventa più povero, dopo un divorzio, è quasi sempre la donna. Quindi la scelta del divorzio, e la necessità di avere tempi adeguati per sancirlo, è una necessità improrogabile.
Psicologicamente, inoltre, non va sottovalutato un aspetto: il divorzio
è un momento di forte difficoltà nella vita di una persona. Uno Stato civile dovrebbe aiutarla e non prolungarne l’agonia. La grande maggioranza dei coniugi che divorziano si sono sposati in Chiesa con una cerimonia solenne. Ma anche quando il matrimonio si è celebrato in comune con rito civile, esso è accompagnato dallo stesso rito sociale: alla presenza di testimoni, ma spesso anche di genitori, parenti, amici, i due sposi si scambiano gli anelli, mentre i fotografi scattano centinaia di foto, e la cerimonia è seguita da feste e pranzi. In modo del tutto diverso ha luogo il divorzio. Pur essendo un passaggio altrettanto cruciale nella vita di una persona, esso non è accompagnato da alcun rito significativo, anzi è un evento “nascosto”, senza parenti, ma davanti a giudice ed avvocati, in una stanza sulla cui porta è appeso l’elenco con i nomi di tutte le ex coppie, per compiere un atto che dura pochi minuti, al termine del quale i protagonisti se ne vanno ognuno per la sua strada.
Negli ultimi tempi le famiglie ricostituite sono cresciute moltissimo anche in Italia. Negli altri paesi non
è una novità, basti pensare che in Inghilterra e in Francia, la quota delle seconde nozze raggiunse, già nel Cinquecento e nel Seicento, le punte del 25-30% dei matrimoni. Per non parlare della fitta letteratura straniera sui cosiddetti “matrimoni di prova”, famosi già nel Settecento e Ottocento, basti pensare alle Affinità elettive di Goethe, in cui i protagonisti discutevano amabilmente di prove e di esperimenti coniugali e della necessità di assumere “informazioni reciproche”. Nel Novecento poi ne discussero fior di intellettuali e filosofi, per esempio Bertrand Russell. Si tratta, ovviamente, di situazioni molto diverse dall’oggi, che però danno bene l’idea del dell’apertura mentale presente in altri paesi, anche in epoche remote. Ma non è stata sempre e solo una prerogativa degli stranieri. A proposito della necessità di ricorrere al divorzio, in un libro che risale addirittura ai primi dell’Ottocento, Melchiorre Gioia scrisse che «Mostrare sollecitudine all’amore a chi mortalmente annoja, vivere per molto tempo sotto l’autorità di uno sposo che si disprezza nel fondo dell’animo, è uno stato orribile». E, alla fine dell’Ottocento, Heinrich Heine avanzò qualche dubbio sul matrimonio, rincarando la dose: «Chiunque si sposi è come il Doge che si congiunge in matrimonio con il Mar Adriatico, non sa quel che c’è dentro: tesori, perle, mostri, tempeste sconosciute».
Se
è vera la vecchia tesi della sociologa Jessie Bernard, secondo cui in ogni unione coniugale ci sarebbero almeno due matrimoni, quello del marito, che influirebbe su di lui sempre positivamente, e quello della moglie, che avrebbe, invece, quasi sempre un’azione negativa e dannosa su di lei, allora l’approvazione del “divorzio breve” permetterebbe, quantomeno all’uomo, di dare un tocco di positività in più alla sua vita, eventualmente, risposandosi con un’altra donna.

Fonte: Linkiesta

Comments

Unioni civili e il vizio italiano di stare fuori dal mondo

unionicivili
Fonte: Linkiesta

Il riconoscimento giuridico delle unioni civili, e in particolare di quelle omosessuali, si è ormai esteso in quasi tutta l'Europa. Gradualmente ma senza particolari difficoltà, con una sempre crescente accettazione sociale da parte della popolazione, almeno della maggioranza, e con una attribuzione di diritti economici e sociali sempre maggiore, fino anche alla possibilità, in alcuni casi, di adottare bambini da parte delle coppie non sposate.
Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia, Olanda, Francia, Inghilterra, Belgio, Germania, Austria, Spagna, perfino, pi
ù di recente, Ungheria, Portogallo, Irlanda, Islanda e Sud Africa sono paesi che hanno affrontato e risolto la questione, talvolta pacatamente, altre volte con scontri e polemiche, come è anche giusto che sia, nei rispettivi parlamenti. Ma non ci sono solo i singoli stati sovrani. Ci sono state anche deliberazioni più generali: nel 2003 una storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarava incostituzionali le legislazioni contro gli omosessuali, poi la stessa cosa stabiliva la Corte costituzionale tedesca; infine la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea vietava qualsiasi discriminazione fondata, oltre che sul sesso, la razza, la religione, la lingua, le opinioni, il patrimonio, l'handicap, anche le caratteristiche genetiche, appunto, cioè le tendenze sessuali del singolo cittadino europeo.
In un simile contesto europeo e internazionale, va da s
é che il parlamento italiano sia del tutto inadempiente, per non dire latitante, su una questione di siffatte implicazioni civili, morali, teoriche e pratiche, che non coinvolgono, come qualcuno potrebbe pensare, una sparuta minoranza degli italiani. Bastano due semplici dati per dare l'idea dell'entità della questione: oggi sono circa 650 mila nel complesso i conviventi effettivi; il numero degli omosessuali dichiarati si attesterebbe intorno al 5% della popolazione nazionale. Non esistono finora dati ufficiali; l'Istat ha previsto un primo censimento per il prossimo anno, il che la dice lunga sulla sottovalutazione dell'argomento qui da noi. Si può fare solo un breve resoconto, alquanto striminzito peraltro, e non certo per colpa degli osservatori, ma per oggettive ragioni di carenza propositiva da parte delle forze politiche italiane.
I primi disegni di legge furono presentati nella met
à degli anni Ottanta, sollecitati dall'associazione per i diritti degli omosessuali (Arcigay), e appoggiati, peraltro timidamente, solo da socialisti, radicali e indipendenti di sinistra. Negli anni Novanta le proposte di aggiornamento alle legislazioni più avanzate sono aumentate, sulla spinta delle richieste del parlamento europeo, ed hanno avuto una maggiore ricezione anche presso altre forze politiche più moderate, con parziali quanto velate aperture, in realtà esclusivamente teoriche, sia a sinistra che destra. Prima alcune città pilota (come Pisa), poi intere regioni (Toscana, Umbria, Emilia-Romagna), con le modifiche dei loro statuti, si sono dichiarate favorevoli ad una legge sulle unioni civili, istituendo i registri delle convivenze. Negli anni Duemila, durante il secondo governo Prodi, fu discusso alla Camera un disegno di legge presentato da Grillini che si richiamava ai Pacs francesi, poi si parlò di un'ipotesi di legge denominata Dico (Diritti e dove delle persone stabilmente conviventi), poi Cus (Contratto di unione solidale), infine Didore (Diritti e doveri di reciprocità dei conviventi). Sono cambiati i nomi, ma non la sostanza: tutte le proposte sono miseramente fallite, insabbiate da più fronti congiunti.
Nel 2010, per
ò, la Corte costituzionale italiana ha stabilito la rilevanza appunto “costituzionale” delle unioni civili e omosessuali, cioè a dire la possibilità stessa del riconoscimento giuridico con connessi diritti e doveri di questo tipo di convivenze. Ora, stabilito questo principio giuridico, è evidente che per adeguare la costituzione occorre l'azione del legislatore, quindi del parlamento. Ma non si tratta certo di attuare una revisione costituzionale su un tema in Italia così controverso, per la quale occorrerebbero grandi convergenze politiche, assolutamente improbabili allo stato attuale, quanto di formalizzare la distinzione, già sancita peraltro dalla Carta dell'Unione, tra “diritto di sposarsi” e “diritto di costituire una famiglia”, anche tra persone dello stesso sesso.
Allo stato attuale, almeno in Italia, sono state spese tante belle parole, ma sono stati fatti davvero pochi fatti. Ad oggi l’ordinamento giuridico italiano non riconosce a chi convive senza essersi sposato, doveri di mantenimento, n
é di assistenza, né tanto meno, diritti. In mancanza di una legislazione generale coerente, nel corso del tempo, sono state riconosciute alcune eccezioni: succedere nel contratto di locazione, in caso di morte del convivente; in presenza di figli naturali, quando cessa la convivenza, ottenere dalle assicurazioni un indennizzo, come spetterebbe ad un coniuge; ricevere la pensione di guerra. Esiste, certo, la possibilità di stipulare con il convivente un accordo scritto privatamente, possibilmente redatto da un avvocato o da un notaio, in cui si indicano la ripartizione delle spese e la suddivisione dei beni in caso di rottura. Nient'altro. Roba da Medioevo.
In Italia per
ò, si sa, c'è un potere, non direttamente riconducibile a un preciso partito o a un governo specifico, ma piuttosto ad una vera e propria istituzione, che, nel corso della storia, ha sempre condizionato, influenzato, a volte ridimensionato e addirittura bloccato certe leggi: si tratta, come si è ben capito, della Chiesa. Nel legittimo esercizio del suo magistero, la Chiesa si è sempre opposta, finora, salvo rare eccezioni, e come dimostrano i documenti della Congregazione per la dottrina della fede, a questo adeguamento della legislazione con l'evoluzione del quadro internazionale.
È solo uno dei tanti intricati capitoli dei rapporti tra stato e chiesa in Italia: un affare di coscienza, per una libertà religiosa in Italia, aveva scritto Alessandro Galante Garrone in un libro; Arturo Carlo Jemolo li aveva sintetizzati in una semplice frase “Gli anni della Repubblica non hanno visto, in materia dei rapporti tra Stato e Chiesa, nulla di sensazionale, nulla che ricordi le acri lotte del Risorgimento”. Questo giudizio, scritto nel 1965, può essere tranquillamente sottoscritto oggi.
A questo proposito, per rimanere nell'ambito del nostro argomento, pu
ò essere interessante fare un salto indietro nella nostra storia e vedere qual è stata la sua posizione in occasione della vicenda che ha portato, prima con la legge del 1970, poi con il referendum abrogativo, a far diventare legge anche in Italia lo scioglimento del matrimonio. Negli anni Sessanta nonostante il tanto esaltato miracolo economico, i costumi della società non avevano subito grandi trasformazioni dai tempi del fascismo. Erano ancora fondati sul ruolo centrale della famiglia tradizionale, dove i rapporti tra i coniugi erano finalizzati solo alla nascita della prole e a garantire la stabilità dell'ordine sociale.
Dall'entrata in vigore della Costituzione, ben poco era cambiato nel diritto di famiglia italiano, paragonabile all'immagine di un gigantesco fossile, fondato su principi retrogradi come quelli della propriet
à, dell'eredità, dell'autorità, del possesso, del privilegio del sangue, con l'esclusione dei figli generati fuori dal matrimonio e il non riconoscimento, ovviamente, delle coppie di fatto. Se si prende in considerazione, in quegli anni, non la situazione di una coppia sposata che volesse divorziare, ma, ad esempio, quella di giovane coppia di conviventi (esistevano anche a quei tempi), si capisce bene come, anche allora, la realtà fosse ben difficile e complicata. Conviventi e figli illegittimi erano sprovvisti di qualsiasi stato giuridico.
La Chiesa ha sempre esercitato la sua pressione sulle famiglie e sulla societ
à richiamandole ai valori tradizionali e cristiani, a vari livelli, a partire dall'educazione dei bambini negli istituti religiosi, fino a quella delle coppie. La storia è nota: con la secolarizzazione e l'apertura ai modelli delle legislazioni europee, grazie all'apporto prima dei radicali e dei gruppi della società civile, come le femministe, poi con la mediazione delle sinistre di espressione laica (in particolare dei socialisti) e cattolica, in parlamento, si arrivò alla fatidica legge Fortuna-Baslini. Quella proposta si appellava a tutte le legislazioni straniere, ad esclusione dei soli casi arretrati di Spagna e Irlanda. Qualcosa di simile all'oggi.
Bene. Cosa c'entra la possibilit
à di divorzio con le unioni di fatto, chiederete voi. C'entra eccome. L'anello di congiunzione è presto detto: non tutto il mondo cattolico, anzi, si potrebbe dire, non tutta la chiesa, aveva la stessa monolitica posizione di chiusura nei confronti del divorzio. E qui ci viene in aiuto un elemento importante e condizionante, cioè la posizione espressa dai gesuiti italiani, che rappresentano una espressione, peraltro importante e autorevole, della chiesa stessa. Non ci furono dunque solo i gruppi del dissenso religioso, le comunità di base, l'associazionismo critico, ma storicamente, fu anche un'ala interna alla chiesa ufficiale, a manifestare delle aperture sull'argomento. Per quanto riguarda il precedente storico, basta ricordare un importante articolo di Aggiornamenti sociali uscito nel 1966, cioè 4 anni prima dell'approdo alla legge sul divorzio, dove i padri gesuiti abbozzavano una proposta ai laici fondata, in sostanza, sulla garanzia di parità dei coniugi e sulla presa in considerazione delle “unioni di fatto” (cito letteralmente) mediante il regolamento giuridico.
Se ci spostiamo alla questione delle unioni omosessuali, nel 2008, ancora una volta, la stessa rivista dei gesuiti ha invitato il mondo cattolico a ricordarsi che
«non spetta al legislatore indagare in che modo la relazione viene vissuta sotto altro profilo che non sia quello impegnativo dell'assunzione pubblica della cura e della promozione dell'altro». Inoltre i gesuiti ha sottolineato, e mi pare questo un particolare molto significativo, che, riconosciuto il valore sociale della convivenza, sarebbe «contrario al principio di eguaglianza escludere dalle garanzie certi tipi di convivenze, segnatamente quelle tra persone dello stesso sesso».
È proprio vero, dunque, che la storia, molto spesso, si ripete. Anche allora, per la legislazione sul divorzio, noi in Italia eravamo indietro rispetto a tutti gli altri paesi, proprio come oggi. Anche allora i gesuiti lanciarono aperture significative. C'è da ricordare, peraltro, che la legge sul divorzio, statistiche alla mano, non diede vita, almeno nell'immediato (e questo dimostra che i fattori di sfaldamento della famiglia tradizionale furono altri e non certo la singola legge) a quello stravolgimento dei costumi che alcuni avevano ventilato: si pensi che i divorzi passarono dal 5,3% del 1973 al 3,1% del 1975, fino ad appena il 3,3% del 1978. Oggi le coppie di fatto sono in un trend di aumento esponenziale, secondo l'Istat: nel 2010, ben il 36% del totale (erano il 27% nel 2001, il 17% nel 1991, appena l'1,6% nel 1961) e ciò prescinde chiaramente da una legge sulle unioni civili che ancora non c'è. Questo dimostra che, oggi più che mai, in una società globalizzata, le chiusure a riccio sono inutili e non servono ad evitare cambiamenti nei costumi e negli atteggiamenti di vita della popolazione. Servono solo, purtroppo, ad allontanare il nostro paese dal novero delle nazioni civili che volgono il loro sguardo attento alla condizione e ai diritti di ogni persona umana in quanto tale, a prescindere da trattative politiche, favori a istituzioni, ammiccamenti a gruppi di interesse o di potere. A prescindere, insomma, da tutto il resto.

Fonte: Linkiesta

Comments

Italia a basso sviluppo "umano"

donneafrica
(Fonte: Globalizzazione, Giunti)

In questi ultimi tempi, soprattutto dopo la vicenda del fallimento della Grecia e le difficoltà di Portogallo e Irlanda, non si fa altro che parlare del possibile declassamento dell’Italia, da un punto  economico, a paese di secondo rango. Il problema è indubbiamente reale e non va sottovalutato. Anche analizzando la questione esclusivamente in termini di Pil, un parametro di comparazione ormai limitato e tutt’altro che efficace, la parabola discendente del nostro paese appare inconfutabile: da quinta potenza mondiale, nel 1986, quando scavalcammo addirittura l’Inghilterra, a ventinovesima oggi, in termini pro capite. Per dare un’idea del degrado socio-economico del paese basta ricordare due dati: il potere di acquisto dei salari italiani è progressivamente diminuito da 13,6 punti del 1971 a circa 1 punto nel 2010; il compenso per ora lavorativa è ben al di sotto di paesi europei come Svezia, Danimarca (dieci volte maggiore), Norvegia, Germania, Francia, e tra i più bassi di tutti.
Se poi osserviamo il livello di competitivit
à dei paesi mondiali non attraverso il dato del semplice benessere economico o del salario medio ma secondo un’altra più interessante e utile lente, cioè a dire lo sviluppo culturale e i diritti umani, ci rendiamo conto di essere diventati, e da un bel pezzo, uno dei fanalini di coda.
Si lamenta il profondo distacco tra paese legale e paese reale, tra il chiuso mondo della politica insensibile agli effettivi problemi e bisogni della gente e il mondo vitale della societ
à che si impegna nella quotidianità ed è veramente costruttore di storia. Questo aspetto è emerso, con grande portata ma non ancora con l’impatto rivoluzionario di cambiamento che certe premesse meriterebbero, in occasione del recente voto referendario.
Si depreca, spesso, che il parlamento sia indotto a legiferare solo sulla base degli interessi opportunistici di singole personalit
à o di spinte corporative di ben individuati gruppi di pressione (dalla P2 alla P4), o, eventualmente, a seguito dell’esplodere di problemi enormi (tipo il caso dei rifiuti di Napoli), rincorsi, più che previsti. Sono ormai dati di fatto, che condannano, nel giudizio ormai quasi unanime della storia, le classi dirigenti degli ultimi decenni.
Non si deve affatto pensare, per
ò, che prima l’Italia fosse un paese all’avanguardia nel campo della legislazione sui diritti e nello sviluppo umano. Siamo sempre arrivati in enorme ritardo rispetto ad altri paesi europei all’appuntamento con leggi e provvedimenti volti a  migliorare il grado di civiltà del paese.
Per dare l’idea basti prendere in esame, sinteticamente, alcune vicende. La legge sull’adozione dei minori prevista in Svezia o in Olanda molti decenni prima, in Italia veniva abbozzata solo a partire dal 1965, e con moltissimi limiti, ovvero con l’adozione speciale (poi rivista nel 1983), e tuttora non proprio all’avanguardia.
La legge che ha reso legale il divorzio fu votata in Italia nel 1970 (solo Spagna, Irlanda, Liechtenstein e Andorra, tra i paesi europei, a quella data, non l’avevano ancora fatto), mentre in Inghilterra una simile legge era presente fin dal 1857 con il
Divorce Act e in Francia addirittura dal lontano Code civil del 1792.
La legge sull’assistenza psichiatrica in Francia
è stata promulgata già alla fine dell’Ottocento, e mentre in Inghilterra e in Svizzera la psichiatria era comunque considerata una materia di primo ordine e di alto valore sociale, in Italia, come al solito in netto ritardo, doveva arrivare Basaglia, nel 1978, ad aprire alcune prime utili prospettive legislative in un settore totalmente snobbato ed emarginato.
La legge sulla regolamentazione della gravidanza, approvata da noi solo nel 1978, quando nella quasi totalit
à degli altri paesi del mondo già esisteva (eccetto che nei casi di Spagna, Portogallo, Irlanda, Belgio e Lussemburgo, e di pochi altri paesi africani, asiatici e sudamericani).
Infine la legge contro la violenza sessuale sulle donne, approvata in Italia, pur  con molti limiti, nel 1996, con un ritardo a dir poco abissale rispetto ad altre legislazioni di paesi europei e occidentali.
In un contesto di cronica arretratezza, per
ò, il parlamento italiano, pur dominato da posizioni contrapposte tra i partiti di maggioranza e quelli di opposizione, e pur segnato da quello che alcuni politologi hanno definito un limite di “decisionismo”, dovuto alla poca forza del potere esecutivo rispetto al legislativo, in un arco di tempo che va dalla fine degli anni sessanta ai primi anni ottanta, era riuscito, in qualche maniera, ad allinearsi, in un certo senso, con gli altri paesi “civili”.
Quello che
è accaduto successivamente, dagli anni Novanta, dopo la spinta al bipolarismo e la nascita dei “moderni” partiti mediatici, è, in buona sostanza, sotto gli occhi di tutti. Ma forse è bene rinfrescare la memoria a chi tende a dire “tanto è così un po’ dappertutto”, oppure, “è colpa della crisi globale”. Anche in questo caso, riportare qualche esempio, rifacendoci proprio a quei parametri di “sviluppo umano” accennati all’inizio, può essere utile.
A tal proposito ci viene in aiuto una fonte estremamente interessante, ovvero lo
Human Development Report 2010 delle Nazioni Unite. Un rapporto fondato sull’analisi di una serie di indicatori raggruppati in alcune aree considerate essenziali allo sviluppo. E’ evidente che solo comprendendo quali siano i veri fattori chiave che alimentano lo sviluppo e la produttività e quali gli ostacoli da rimuovere, si possono mettere in atto riforme capaci non solo di migliorare il reddito pro capite ma soprattutto di dare maggiori opportunità ai propri cittadini.
E’ utile analizzare, a questo proposito, alcune variabili come la possibilit
à di accesso alle istituzioni e al mondo del lavoro da parte di uomini e donne, la funzionalità delle infrastrutture, l’impatto delle politiche su salute e istruzione (primaria, superiore e universitaria), la disponibilità tecnologica, l’innovazione della ricerca.
Secondo questi parametri l’Italia, con 23 punti, si colloca addirittura intorno alla cinquantesima posizione in termini di livello di competitivit
à (si tenga presente che la Norvegia, ovvero il paese più progredito, ha totalizzato 1 punto, mentre l’ultimo, il Congo, 169 punti) e su almeno 9 dei 12 parametri, è messa molto peggio degli altri paesi sviluppati, e, sembra incredibile, anche di alcuni paesi in via di sviluppo. Solamente tra il 2009 e il 2010 siamo scesi di cinque posizioni in classifica, producendo un impoverimento della popolazione italiana ed allontanandoci sempre più dal benessere, non solo economico ma anche culturale e sociale, degli altri cittadini del mondo. Non solo di quello occidentale ma anche medio-orientale, africano e asiatico.
Scendendo nel merito, si scoprono informazioni interessanti circa i livelli pi
ù bassi toccati dal nostro paese. Non molti sanno, infatti, che la quota di popolazione italiana con almeno il livello di istruzione secondaria raggiunge appena il 46,7% contro una media dei paesi sviluppati Oecd del 73,8% (con livelli ben più alti per Norvegia 99, Australia 96, Stati Uniti 94, Germania 91).
Un altro elemento su cui riflettere, a dispetto delle continue richieste di abbassamento dei livelli di spesa pubblica formulate dall’attuale classe politica, sono le spese per la sanit
à, con un punteggio di 2686, contro una media dei paesi sviluppati Oecd di quasi il doppio (4222), in particolare le spese in letti di ospedale (39 contro la media europea di 63).
Oltre alle note differenze di salario tra uomo e donna, in linea peraltro con i 33 paesi principalmente sviluppati (il 74% circa rispetto a quello degli uomini nel periodo 2003-2006), colpisce il bassissimo dato dei seggi in parlamento occupati dalle donne, per l’Italia appena il 20,2% contro 47% di Svezia, 39 di Olanda, 31 di Germania, 41 di Finlandia, 33 di Spagna, ma soprattutto sorprendono le medie, ben superiori alla nostra, di stati come Singapore, Portogallo, Emirati Arabi, Argentina, Costarica, Sud Africa, Cina, Cuba e perfino Iraq.
Altri dati significativamente bassi sono quelli relativi: al grado di impegno politico della cittadinanza, con i 14 punti dell’Italia (meno di noi solo paesi come Polonia, Romania, Kazakistan, Armenia, Sri Lanka, Bangladesh, Yemen, Myanmar, Nepal e Zimbawe); e al livello di soddisfazione per la libert
à di scelta e la rappresentanza politica, in cui il nostro paese si colloca a quota 60 punti (tra tutti gli stati del mondo raggiungono un punteggio inferiore solo Corea, Grecia, Slovacchia, Estonia Ungheria, Bulgaria, Albania, Ucraina, Romania, Algeria, Mongolia, Pakistan, Congo, Madagascar, Togo, Senegal, Etiopia, Zimbawe, Burundi, Cuba e Iraq).
A proposito di libert
à intesa in senso più ampio, può essere utile riportare ciò che riferisce Amnesty International sul nostro paese nel Human Rights Report 2011, per confrontarlo col recente passato. Potrebbe apparire paradossale il confronto ma, a ben guardare, non lo è affatto.
Nel Rapporto sulla
Tortura negli anni Ottanta (pubblicato da Amnesty), cioè in pieno terrorismo, si può leggere che la tortura ed il maltrattamento di persone nelle carceri non erano una prassi di normale amministrazione in Italia.
Nel recente rapporto relativo agli ultimi anni, invece, si parla di violazione costante dei diritti di
Rom e Sinti, sprezzanti commenti discriminatori su lesbiche e gay, formulati da parte di alcuni politici, e violenti attacchi della popolazione contro migranti, che suscitano un clima di intolleranza, impossibilità da parte dei richiedenti asilo politico di accedere alle procedure di protezione internazionale (le domande d’asilo in Italia hanno continuato a diminuire drasticamente), maltrattamenti da parte di agenti delle forze dell’ordine su giovani e su detenuti.
In questo fosco quadro, va ricordato che il governo italiano ha, ancora di recente, respinto 12 delle 92 raccomandazioni complessive ricevute da Comunit
à europea e Nazioni Unite, e rifiutato di introdurre il reato di tortura nella legislazione nazionale e nel codice penale, nonché di abolire il reato di immigrazione irregolare, soprattutto tenuto conto del cronico sovraffollamento delle strutture penitenziarie italiane.
Alla luce di tutto ci
ò non pensate si possa tranquillamente concludere, senza timore di smentite, che l’Italia è stato ed è ancora un paese dallo sviluppo troppo poco “umano”.

Tratto da: “il Mondo di Annibale”

diritti-120x120
(Fonte Internet)

Comments

Referendum e svolte mancate

Un'analisi comparata sui dati dei 3 referendum
che hanno fatto la storia del nostro paese


Se compariamo questo referendum alle due precedenti storiche tornate referendarie del 1974 e del 1981, scopriamo che esistono molti elementi in comune a spiegare che la società civile è più avanti della politica e della classe dirigente che la governa. Sono i cittadini, i movimenti, le associazioni che, storicamente, danno la svolta. E' accaduto in passato, accade oggi. Il punto è che queste formidabili ondate progressiste la sinistra non è mai riuscita a incanalarle, fornendo risposte concrete su un versante politico.
Il primo referendum abrogativo della storia d'Italia, nel 1974, non fu promosso, come qualcuno potrebbe pensare, dai radicali o da giovani rivoluzionari di sinistra, ma dalla chiesa e dai democristiani, che, dopo l'approvazione della legge Fortuna-Baslini del 1970, diedero seguito all'idea di alto prelato, un monsignore, che aveva avanzato, alcuni anni prima (L'Italia, 17 aprile 1966), la proposta che si interpellasse direttamente il popolo per decidere sul divorzio, l'unico in grado, a suo avviso, di prendere una posizione netta su una tematica cos
ìdelicata.
Non si creda per
ò che l'esito di quel primo referendum fosse, alla vigilia, così scontato.

divorzioitaliana
(Fonte Internet)

Il governo Rumor era appena caduto, a seguito della crisi economica e delle dimissioni del ministro del tesoro La Malfa. Basta prendere in considerazione i manifesti elettorali dell'epoca (“Pensa a tuo figlio”, “Non mescolare il tuo voto con i fascisti”) o la copertina di un libro uscito proprio in quei giorni (in cui campeggiavano le facce di Gabrio Lombardi e Loris Fortuna), per capire quanto forte fosse la contrapposizione tra i due fronti. favore della riconferma della legge si schierarono, trasversalmente, la lega italiana per il divorzio, il movimento liberazione delle donne, quelli del manifesto, i pidiuppini, la lega degli obiettori di coscienza, i radicali, le comunit
à di base, i cristiani per il socialismo, i cattolici democratici, gli indipendenti di sinistra, e poi i partiti Psi, Pci, Psdi, Pri, Pli. Tra i quotidiani e le riviste appoggiarono il divorzio il Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero, Paese Sera, l'Unità, Il Secolo XIX, La Nazione, Il Giorno, Panorama, L'Espresso, L'Europeo, Grand Hotel, Amica e Noi donne. Per l'abrogazione si espressero, dall'altro lato, i missini, la Dc, la Cei, il Papa, con Famiglia cristiana, Avvenire, La Discussione, L'Osservatore Romano, La Civiltà cattolica, Il Popolo, Il Gazzettino, Il Tempo, mentre tutta la Rai, allora l'unico mezzo di informazione veramente capillare, evitava accuratamente di far sentire la voce dei divorzisti.
Alla fine, con una sonora risposta all'alto prelato che l'aveva chiamato in causa, il popolo, dunque, si espresse, dando inizio a quel processo di secolarizzazione che ha avvicinato l'Italia agli altri paesi europei pi
ù evoluti sul versante dei diritti civili. L'affluenza fu incredibilmente alta, circa 33 milioni e 29 mila elettori, l'88,1% degli aventi diritto. I “sì” all'abrogazione della legge sul divorzio il 40,9% mentre i “no” superarono il 59%.
La clamorosa novit
à fu la fortissima tenuta anti-divorzista nelle campagne e nelle province, tra le donne, tra gli operai e tra i cattolici. Una enorme affluenza al voto e le più alte percentuali del “no” furono in Val D'Aosta (75%), Liguria (72%), Emilia Romagna (70%), poi in Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise, Lazio, mentre tra le città, a Livorno (77%), Torino (76%), Ferrara (74%), Siena (74%), Trieste (73%), ma anche Bologna, Genova, Firenze, Reggio Emilia. Alte percentuali anti-divorziste si raggiunsero, sorprendentemente, anche nelle regioni del Sud, in testa Sardegna e Sicilia (e in particolare le città di Siracusa e Ragusa). Un'affluenza più bassa e le percentuali più alte del “sì” a Benevento, Lecce, Vicenza, Caserta, Avellino, Reggio Calabria, Potenza e Messina.
Il quadro sociologico e regionale emerso fu evidente. Il trend positivo, una sorta di traino, si ripercuoteva direttamente alle successive elezioni amministrative e regionali: rispetto alla disponibilit
à di voti degli schieramenti, Dc e Msi, uniti al referendum, avevano perso il 6,6%, circa 2 milioni e 700 mila voti, e infatti, nel 1975, la Dc calava e si attestava al 35% (e il Msi al 6%), mentre la sinistra era in crescita, con il Pci che aumentava del 5% e passava al 33,4%, il Psi + 2% e arriva al 12%, e il centro-sinistra insieme raggiungeva quota 45%, circa il 4% sopra il centro-destra. L'incredibile voto referendario e la evidente crescita di consensi elettorali della sinistra non erano però tramutati in un concreto risultato politico.

donneaborto
(Fonte Internet)

Anche nel 1981 la promozione del referendum che intendeva abrogare la legge sull'aborto del 1978 fu monopolizzata dai movimenti cattolici e in particolare da un ex giudice, divenuto presidente del Movimento per la vita. Anche in quell'occasione la contrapposizione nel paese fu fortissima, da un lato i radicali che rivendicavano l'aborto libero, dall'altro gli appelli delle parrocchie, dei parroci durante le omelie, e delle organizzazioni cattoliche, perfino le veglie di preghiera e le processioni che si concludevano con veri e propri comizi a favore del referendum, mentre in casi estremi anche le statue del santo patrono sfilavano accompagnate dal cartello vota “s
ì”.
La campagna referendaria fu segnata da una certa sproporzione mediatica delle forze in campo. A favore del referendum anti-aborto o, comunque, per un'astensione diretta contro la riconferma della legge 194, si schierarono in una specie di santa alleanza, la Dc, il Msi, il Papa, la Cei, il Mpv, Comunione e liberazione,
La Civiltà cattolica, L'Osservatore Romano, l'Opus Dei, Azione cattolica, le Acli, la Cisl, Il Sabato, il Corriere della Sera, Il Popolo, La Discussione, Il Tempo, mentre la Rai si trovò in evidente imbarazzo a parlare di “194” e di interruzione di gravidanza. Uniti in difesa della legge Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli, Sinistra indipendente, Pdup, e poi i movimenti dell'Udi, l'Mld, i gruppi del dissenso cattolico (Cdb e Cps), l'Arci, e i giornali Paese Sera, La Stampa, la Repubblica, l'Unità, il manifesto, Il Messaggero, L'Espresso.
Il risultato fu una sberla contro Chiesa e Dc e la conferma di un paese indirizzato verso una maggiore laicità, quantomeno di principio. Le donne, anche quelle cattoliche, i movimenti e i partiti uniti a difesa della legge, nonché il discutibile referendum radicale pro aborto, furono gli elementi che contribuirono a quell'indimenticabile risultato. L'affluenza fu, anche in quel caso, molto alta, con il 79,6%. Si espresse per il “sì” all'abrogazione della legge sull'aborto il 32,1% mentre per il no ben il 67,9% degli italiani.
Ancora una volta le percentuali pi
ù alte a favore della legge furono in regioni come Val D'Aosta (77,3%), Umbria (76,9%), Emilia Romagna (76,8%), Liguria (76,1%), Toscana (75,4%), Piemonte (73,9%), mentre quelle più alte del “sì” si ebbero in Trentino e Alto Adige 50,3%, Veneto 43,4% e Molise 39,7%. Rilevante apparve il fatto che in paesi di montagna e piccole province, dove la Dc aveva ottenuto alle precedenti elezioni anche il 70%, i voti contro la legge furono appena il 50%, mentre al Sud, in particolare in Calabria e in Basilicata, ci fu un'incredibile alta percentuale di astensioni, sommata alle tante schede bianche. Non è un caso dunque che alle successive elezioni politiche, quelle del 1983, la Dc ottenne il 32% dei consensi, cioè a dire il suo minimo storico, con addirittura 8% rispetto alla precedente tornata elettorale. Anche questa volta però, il senso anti-governativo del voto, verso un partito e un sistema che iniziava a risentire degli scandali della corruzione, non venne affatto concretizzato dalla sinistra, che ottenne sì un discreto risultato elettorale, ma che non fu in grado di fornire una proposta alternativa di governo. Non a caso il Psi abbracciò la Dc per dar vita a quel pentapartito che fece epoca negli anni ottanta.
Infine arriviamo all'oggi.
Stavolta i comitati che hanno promosso i referendum su acqua pubblica, nucleare e giustizia erano espressioni variegate, poco etichettabili, gruppi e movimenti della societ
à orientati tendenzialmente a sinistra (ma non solo), decisi a far conoscere i quesiti referendari alla cittadinanza con ogni mezzo a loro disposizione. E' stata chiara, infatti, fin dall'inizio, la sproporzione mediatica delle forze contrapposte. Per l'astensionismo o per il “no” all'abrogazione delle leggi governative si è dichiarata la presunta maggioranza degli elettori, cioè a dire ilPdl, la Lega, Fli, l'Udc, ma anche la Cisl, la Confindustria, e poi quasi tutta la stampa televisiva, cioè la Rai (Tg1 e Tg2) e Mediaset, quella dei giornali, Il Corriere della Sera, Sole24ore, Giorno/Resto del Carlino/Nazione, Il Giornale di Sicilia, Il Gazzettino, Il Giornale, Il Mattino, Il Tempo, La Gazzetta del Mezzogiorno, La Padania, Liberoe Panorama. Per i referendum, in modo trasversale, si sono schierati i comitati promotori sull'acqua pubblica e contro il nucleare, movimenti e gruppi come Legambiente, WWF, Italia Nostra, Arci, Protezione Civile, la Rete degli Studenti, Emergency, Donneinmovimento, Libertà e Giustizia, Cultura Sviluppo e Legalità, Medici per l’ambiente, gruppi sindacali come Cgil, Fiom, Cobas, l'Azione cattolica, le Acli, gli scout di Agesci, Pax Christi, poi i partiti Pd, Idv, Sel, FdS, socialisti, tra le tv solo la7, tra i giornali, Avvenire, Il Fatto quotidiano, il manifesto, l'Unità, la Repubblica, La Stampa, Famiglia cristiana, Il Messaggero, L'Espresso.
Un ruolo decisivo è stato giocato dalla rete, attraverso il passaparola, che ha saputo raggiungere luoghi e persone diverse, creando una mobilitazione “alternativa”. Interessante il dato proveniente dall'analisi del “Battiquorum” su facebook che alla mezzanotte del 12 giugno, su un totale di 3 milioni e 635 mila utenti circa, dava il 65% come indifferente, cioè la famosa massa grigia che non vota, il 21,8% formata da attivisti pro referendum, mentre appena il 12,4% addirittura contrario. Morale della favola, il paese reale è risultato ben più avanti rispetto allo stesso popolo di facebook, che pure rappresenta oggi un termometro socio-culturale del quale qualunque nuova forma di politica non potrà non tener conto.
L'affluenza del 57%, circa 29 milioni di elettori, e le percentuali tra il 94% e il 96% dei s
ì ai quesiti sono già storia. Anche in questo caso la maggiore affluenza è al Nord, con le regioni Trentino (64,6%), Emilia Romagna (64%), Toscana (63,5%), Marche (61%), con le città Firenze (67%), Bologna (66%), Trento e Bolzano (65%), Torino (61%), Venezia, Genova e Ragusa (60%), Roma (59%). Le più basse percentuali invece confermano un Sud più pigro, con la regione Calabria 50% e le città di Crotone (45%), Catania, Reggio Calabria, Foggia (49%), Caserta e Palermo (50%).
Donne, giovani, precari, studenti, credenti e non, Nord pi
ù consapevole e Sud critico, tutti protagonisti di un referendum che è in perfetta continuità con i referendum storici e che ha tutto il diritto di entrare nella storia della democrazia partecipativa del nostro paese. Emerge, infatti, ancora una volta, un chiaro dato che è ormai una costante: la richiesta da parte della società di partecipazione e di apertura sul versante dei diritti e della difesa dell'ambiente. Saprà stavolta la sinistra all'opposizione incanalare e dar voce a queste diffuse trasversali spinte progressiste?

Tratto da: “il Mondo di Annibale”

acquapubblica
(Fonte Internet)

Comments

Divorzio. A quarant'anni dalla legge, il dibattito è ancora aperto

Oggigiorno, di fronte all'arretratezza (più corretto sarebbe dire diversità) di certi costumi in uso nei paesi dell'Islam o davanti al palese non rispetto dei più elementari diritti civili in Estremo Oriente (si pensi a quello che sta accadendo in Birmania), sembriamo quasi esserci dimenticati che non più quarant'anni fa, qui in Italia, erano permesse, per legge, azioni che a ricordarle oggi sembrano impossibili. Per esempio, un marito poteva tranquillamente proibire alla moglie di uscire senza la sua compagnia e non era reato percuoterla qualora avesse disobbedito al suo ordine, oppure non commetteva abuso di esercizio della “potestà maritale” l'uomo che esigeva il sacrificio dell’attività professionale della moglie, o, ancora, una donna poteva essere legittimamente licenziata per causa di matrimonio o di maternità, o, finanche, l’adulterio era un reato punibile con la reclusione, solo che non veniva applicato lo stesso metro di giudizio tra uomo e donna. Lo stabilivano in maniera inconfutabile alcune sentenze della Corte di Cassazione negli anni sessanta. Per non parlare poi del delitto d'onore, reso celebre dal film Divorzio all'italiana.
In sostanza codice civile e penale risentivano, ancora negli anni settanta, l'influenza dei vecchi famigerati codici fascisti, e il diritto di famiglia era il tipico esempio di una normativa superata dalla realt
à, che si rifaceva ad usanze e tradizioni che risultavano del tutto anacronistiche, ed era paragonabile all'immagine di un gigantesco fossile o di un pachiderma la cui presenza veniva continuamente aggirata dallo Stato ma mai modificata secondo meccanismi più moderni e civili. Anche allora la classe dirigente del Paese stava a guardare. Sarebbe bene ricordarselo, proprio in questi mesi che si fa un gran parlare, sulla stampa, in televisione, su internet, di nuove tipologie di famiglia e di coppia, di diritti civili, di rapporti tra religione e politica, tra Stato e Chiesa.
Da un’analisi attenta emerge chiaramente che la vicenda che port
ò all'introduzione del divorzio nel nostro Paese, non è stata l'ideazione o il patrimonio esclusivo dei gruppi radicali e femministi, come troppo spesso si è portati a credere sulla base di analisi poco attente. Si è trattato, piuttosto, di una grande battaglia civile, che ha visto protagonisti sia i sopracitati gruppi "avanguardisti", ma anche le grandi masse dei partiti tradizionali, socialisti e comunisti da un lato, e cattolici dall'altro. Non vanno poi dimenticati l'influenza e il peso esercitati dalla Chiesa, contraria all'introduzione dell'istituto del divorzio per ovvi motivi. Emerge, da questa ricostruzione a tutto campo, un quadro complessivo molto diversificato, con posizioni non appiattite sul “si” o sul “no” al divorzio, che va oltre l'immagine contrapposta della folla proveniente da tutta Italia che si riuniva a Roma in piazza Cavour, davanti al “Palazzaccio” (proprio la sede della Corte di Cassazione) per gridare il proprio «sì» al divorzio, mentre, poco distante, il Papa si affacciava alla celebre finestra dei Palazzi vaticani per impartire l’apostolica benedizione ai tantissimi fedeli, ma più esplicitamente, per difendere la famiglia dagli assalti dei divorzisti. Sul fronte divorzista, per esempio, balzano all'occhio notevoli differenze.

divorzio
(Archivio Alinari)

Una cosa è, per esempio, la posizione dei gruppi femministi, della Lid, dei radicali, delle avanguardie intellettuali laiche come il gruppo de "L’Espresso" (che, ironicamente, nel delicato contesto, a rischio di democrazia, mentre infuriava la crisi economica nazionale e quella energetica internazionale, tra le bombe della strategia della tensione ed il piombo dei primi attentati dei brigatisti rossi, sulle sue pagine, parlava di trattative segrete e «messaggi aerei» tra Pci e Dc che, per compiere il tragitto da via delle Botteghe Oscure a Piazza Sturzo, percorrevano il tortuoso itinerario che passava da Piazza San Pietro, i cui protagonisti, come emerge dalle carte consultate, erano, nel linguaggio cifrato, il "rettore dell’Università", il "prete bianco" e il "motociclista", ovverosia nell'ordine Enrico Berlinguer, Paolo VI e il cardinale Giovanni Benelli).
Un'altra, ben pi
ù moderata, è la posizione dei più importanti quotidiani nazionali, a partire dal “Corriere della Sera”, e ancora diversa quella dei comunisti (già nella dirigenza si manifestarono divergenze, durante le riunioni di Direzione, tra la posizione di Berlinguer e quella di Giorgio Amendola) propensi alla trattativa per evitare rotture col mondo cattolico e la Chiesa, sollecitati dalle pressioni rivolte a Berlinguer dall'ex sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, a stretto contatto con la Dc e con il Vaticano che sortirono il risultato concreto di alcune astensioni sul fronte divorzista, per esempio, durante il voto al Senato del 1969 (e come dimostrano per la prima volta
le lettere inedite pubblicate nel volume).
Diverse sono le posizioni espresse dai socialisti (divisi tra l’ala pi
ù battagliera di Loris Fortuna e quella più cauta di Francesco De Martino) e quelle del movimento dei cattolici democratici per il “no”, di Mario Gozzini, Pietro Scoppola, Raniero La Valle, Romano Prodi, o dai vari gruppi del dissenso religioso, come i Cristiani per il socialismo o le riviste di "controinformazione", che appoggiarono la battaglia sul divorzio, mentre l’associazionismo cattolico parve dividersi al suo interno (Azione cattolica, Acli, Fuci), e solo il nascente movimento di “Comunione e liberazione” decise di rimanere totalmente fedele alle indicazioni della gerarchia ecclesiastica e della Cei. Sul fronte antidivorzista, dentro la Chiesa, la posizione dell’episcopato stesso non si presentò univocamente contraria, come appariva pubblicamente e come spesso si tende a credere (per esempio, la posizione più "possibilista" del cardinale Michele Pellegrino, vescovo di Torino fu ben diversa da quella intransigente del resto delle alte gerarchie ecclesiastiche), così come si differenziò da quella portata avanti dai gesuiti, in parte propensi alla mediazione col fronte laico, o da Paolo VI, nonostante la sua presa di posizione in extremis (ma la vicenda si intrecciava sempre più alla generale questione della revisione del Concordato).
Anche dentro la Dc si evidenziarono posizioni difformi, in ogni caso, tendenti all’immobilismo: la sinistra democristiana di
Giovanni Galloni e Luigi Granelli, da un lato, la destra di Guido Gonella e Oscar Luigi Scalfaro, dall’altro, Giulio Andreotti a metà del guado, Amintore Fanfani nelle parti del “decisionista” (il quale sostenne che, dopo l'istituzione del divorzio, sarebbe stato possibile perfino il matrimonio tra omosessuali e, rivolgendosi agli elettori, dichiarò che le mogli avrebbero presto lasciato i mariti per scappare con qualche ragazzina), mentre Aldo Moro non riuscì ad ottenere, in quell’occasione, l’appoggio del suo partito, come si capisce bene dagli sviluppi dell’intricata vicenda dell’elezione alla presidenza della Repubblica di Leone nel 1971, quando, come emerge da verbali finora mai consultati, la Dc propose al Pci una sorta di tregua “armata” sul divorzio in cambio di un'astensione, mentre Berlinguer, in un incontro riservato, aveva proposto a Moro addirittura i voti comunisti e socialisti per la sua elezione al Quirinale.
Schierati apertamente contro il divorzio e a difesa della famiglia tradizionale erano, invece, il Msi e i comitati civici per il referendum sul divorzio, messi in piedi da alcuni intellettuali cattolici, intransigenti moralisti, in particolare il Cnrd di Gabrio Lombardi, che, alla vigilia del voto al referendum, profetizzava che se avessero vinto i divorzisti le industrie sarebbero state nazionalizzate, gli scrittori perseguitati, gli intellettuali dispersi nelle galere e nei manicomi e che i confini nazionali sarebbero stati aperti ai carri armati sovietici
». Il quadro tratteggiato nel volume mette in luce, in realtà, una società italiana molto diversificata, tutt'altro che riconducibile a schematiche categorie sociali schierate per il divorzio, o contrarie ad esso. Con l'ausilio degli articoli sui giornali dell'epoca, scandagliando i più importanti fondi archivistici dei partiti politici italiani, i volantini e gli opuscoli dei movimenti e dei variegati gruppi della società civile, con l'analisi dei documenti ufficiali della Chiesa e delle lettere inedite di molti dei diretti protagonisti, si ripercorrono le tappe di quella che rappresenta indubbiamente una delle pagine più importanti della storia della libertà di scelta nel nostro paese, in cui, per la prima volta, la società civile irrompe con forza e consapevolezza da protagonista sulla scena politica italiana, dimostrando, tra l'altro, anche allora, di essere ben più avanti della propria classe dirigente e della politica, sulla valutazione della tematica dei diritti civili come fondamentale termometro del livello di democrazia di un paese.
Una cosa la si pu
ò dire (non anticipiamo altro perché rimandiamo i lettori alla lettura del libro): la lunga e travagliata vicenda del divorzio, che aveva finalmente reso protagonista, per la prima volta, tutta la società italiana, non si chiuse, come molti pensano, con la vittoria dell'anticlericalismo. E' vero che si segnò il lento e inesorabile destino della cultura cattolica ufficiale come maggioritaria nel paese, è pur vero che il mondo cattolico si spaccò pubblicamente, per la prima volta, su un tema di così importanti risvolti civili, ma è anche vero che di lì a poco ci fu il ricompattamento dell'ala intransigente e del polo moderato del cattolicesimo italiano, contro l'affermazione della cosiddetta "società radicale" e contro la regolamentazione per legge dell'aborto. E quella vicenda non si chiuse neppure con la vittoria del libertinismo: gli italiani non abusarono affatto nell'utilizzo del divorzio, come dimostrano le statistiche, in particolare del periodo 1973-1978: se la curva dei divorzi s'impennò, dagli anni ottanta in poi, si tratta di un fenomeno legato direttamente alla crisi strutturale della famiglia, della società e della politica italiana e non certo all'attivazione dell'istituto del divorzio in sé. Quella vicenda rappresentò, ben più semplicemente, la vittoria del pluralismo e il normale approfondimento dei processi di modernizzazione e di secolarizzazione della società italiana, in linea con il percorso più generale, sviluppatosi, salvo qualche rara eccezione, in tutto l'Occidente.

(Tratto da: “Affari italiani”, poi ampliato nel volume, “Il divorzio in Italia.
Partiti, Chiesa, societ
à civile dalla legge al referendum” (Milano, Bruno Mondadori)

Comments

Politica e società civile. I cattolici, la sinistra e il berlusconismo

Dopo le esortazioni degli intellettuali durante un recente convegno fiorentino sul berlusconismo (“Società e Stato nell’èra del berlusconismo”), sembra essersi finalmente svegliata quell’opinione pubblica virtuosa finora costretta quasi ad agire nell’ombra, senza alcuna visibilità mediatica. Viene alla luce quella sorta di “piazza pubblica” formata da cittadini critici e vigili sulle regole della democrazia, disposti a impegnarsi attivamente, nei rispettivi ambiti, per assumere comportamenti consapevoli e buone pratiche in una società sempre più globale. Firenze ritorna ad essere, per qualche momento, quel punto di incontro cruciale, culturale e politico, che fu ai tempi del sindaco La Pira. Pochi giorni dopo il convegno si è svolto, infatti, sempre a Firenze, il congresso fondativo di Sel, dove il discorso evocativo di Vendola è emerso come un tentativo di rispondere e reagire alla cultura imperante del berlusconismo.
Dalle riflessioni degli studiosi appare chiaro il significato del berlusconismo. Berlusconi rappresenta l’effetto e non la causa dell’attuale situazione politica. La conseguenza di tre elementi: dal punto di vista istituzionale, la crisi del sistema liberal-democratico; in ambito politico-sociale, il prosieguo del craxismo e dell’affarismo democristiano; culturalmente, la diffusione del consumismo esasperato e la crescita smisurata del ruolo della televisione. Il fenomeno invece
è il frutto di un sistema in cui la volontà popolare non è più stata in grado di esprimersi criticamente perché influenzata dal potere televisivo. A far da collante, il rapporto privilegiato con una parte del mondo cattolico. L’interesse della Chiesa è sempre stato la tutela dei suoi privilegi materiali (le finanze, il regime fiscale, l’esercizio di attività nel settore dell’assistenza), con tutte le sue ramificazioni (dalla sanità all’istruzione). Su questi punti l’appoggio del berlusconismo è stato netto: dall’esenzione Ici per gli edifici ecclesiastici, ai finanziamenti alle scuole private, fino al ruolo degli insegnanti di religione. Anche sul fronte del diritto alla vita e della bioetica, le garanzie sono state evidenti. Ad un certo punto però l’idillio sembra essersi interrotto. Come è accaduto altre volte nella storia d’Italia, l’abbandono da parte della Chiesa dell’appoggio a un regime o a un partito è anch’esso più un preannuncio che una causa del suo crollo. Dopo le posizioni prese da Avvenire e da Famiglia Cristiana, è partita dal mondo cattolico, nella sua base ecclesiale, ma anche in quella sociale, una parvenza di sfida al berlusconismo. Si tratta di capire che ruolo e che impegno questa sorta di “galassia cattolica inquieta” sarà in grado di fornire.
Una parte degli italiani
è consapevole di questa situazione, dell’indebolimento delle istituzioni dello Stato e delle sue leggi, così come della eccessiva frammentazione dei partiti di opposizione. Al di là dei sondaggi, basta guardarsi intorno per capire come la crisi della politica abbia ormai superato il limite di guardia, giungendo ad un punto tale da rischiare il tracollo, andando oltre il fenomeno dell’anti-politica e dell’astensionismo.
Rispetto al passato il berlusconismo appare, per certi versi, ripetitivo, ma per altri sembra essersi incattivito. Ha portato alle estreme conseguenze i suoi caratteri: il decisionismo diventato autoritarismo, il culto della personalit
à e del successo, il populismo, il disprezzo per la carta costituzionale, l’annichilimento del parlamento, l’attacco alla giustizia, il maschilismo, l’incitamento all’odio per il fisco, per la cultura, per la diversità, fino a vere e proprie forme xenofobe, ai limiti del razzismo, nei confronti della popolazione immigrata (fomentato dalla Lega). La crisi della politica tradizionale si è intrecciata con l’affermarsi dei suoi tratti più deleteri: la spettacolarizzazione e la banalizzazione dei contenuti, che hanno avuto come strumento cruciale di propaganda la televisione. A questo si è unita la disgregazione sociale dei ceti medi, dovuta non solo alla globalizzazione ma anche all’incertezza nata dal cambiamento dei rapporti tra lavoratori e imprese. L’appoggio che il berlusconismo ha dato ad una parte dei ceti medi del lavoro autonomo (con agevolazioni fiscali, condoni) a spese del lavoro dipendente e del mondo della cultura ha portato ad un’alta conflittualità sociale. Questa appare anche la logica conseguenza dell’affermarsi dell’individualismo proprietario dei ceti emergenti rampanti, che non ha paragoni in Europa, frutto della squilibrata redistribuzione della ricchezza, con il doppio regime fiscale e la mortificazione economica del lavoro dipendente, e risultato dell’ideale consumistico sviluppatosi a partire dagli anni ‘80 ed oggi entrato in piena crisi di identità.
Di fronte a tutto ci
ò, il grave errore commesso dall’opposizione è quello di marciare in ordine sparso: riformisti, radicali e cattolici hanno rivendicato le proprie ragioni di esistere, marcando le proprie differenze, finendo per risultare rissosi e velleitari agli occhi dell’elettorato, lasciando soli i soggetti più deboli, mentre sarebbe più opportuno pensare a un vasto, e non obbligatoriamente omogeneo, movimento di forze reali, partiti e gruppi, una rete di istanze e associazioni collegate dal basso, che facciano però riferimento ad una guida unitaria da eleggersi attraverso il meccanismo delle primarie, che rispetti le specifiche caratteristiche dei diversi partecipanti, ma che non inglobi le diversità e le rivitalizzi in un progetto politico e culturale nuovo, con un programma di governo alternativo ed efficace.
Proprio in contrapposizione a certi metodi di corruzione eletti ormai smaccatamente a sistema, senza pi
ù alcuna ipocrisia, sta emergendo nel Paese, seppure ancora in forma minoritaria, una forte percezione della questione morale, un’ansia di pubblica moralità, soprattutto nei giovani, tali da mettere in moto, se guidate e incanalate correttamente, un processo di contrasto alla spregiudicatezza e alla disinvoltura morale di cui fornisce prova il cosiddetto Palazzo. È questo uno dei segni più interessanti dell’azione di lungo periodo iniziata con la storia dei movimenti negli anni ‘70, proseguita durante il processo di secolarizzazione della società italiana (col contributo di una parte considerevole dei cattolici all’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto), nella battaglia di democrazia vinta contro il terrorismo di destra e di sinistra, nella parentesi di Tangentopoli contro la partitocrazia, nella lotta alla mafia e a tutte le forme, vecchie e nuove, di criminalità organizzata. E che è proseguita fino ad oggi, contro le leggi ad personam, il conflitto di interessi, la censura nei servizi di informazione pubblica. Esistono tanti giovani pronti a battersi perché la concezione utilitaristica e opportunistica della politica siano respinte, a partire dalle concrete responsabilità di ognuno nella vita quotidiana; giovani che rifiutano tutti i metodi non trasparenti, clientelari, familistici, tutte le zone grigie che si insinuano tra potere pubblico e poteri privati e che si sforzano, nella loro difficile esistenza, di rispettare le regole. Le virtù critiche e laiche di una parte della società italiana, un tempo maggioritarie, adesso non più perché sopite da anni di grigio conformismo, possono suscitare una reazione capace di incidere sugli orientamenti collettivi e destinata col tempo a crescere e a diventare maggioritaria. È necessario che in questo processo siano protagonisti laici, riformisti, radicali e cattolici, in un luogo in cui contino le competenze, la conoscenza e la professionalità e non la militanza burocratica e l’adesione acritica ai rispettivi leader o partiti di riferimento. Senza la politica, una politica completamente rinnovata ma forte, organizzata, creativa, senza un progetto culturale di ampio respiro, che coinvolga mondo laico e mondo cattolico, partiti e società civile, sarà impossibile costruire una reale alternativa sociale e culturale, in tempi brevi, al berlusconismo. È questa invece la vera nuova rivoluzione a cui ognuno è chiamato per fermare
la
deriva a cui sta andando inesorabilmente incontro il nostro Paese.
(Tratto da:
“Adista - Segni nuovi”, n. 87)
berlusconicraxi
(Archivio Alinari)

Comments